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FAMIGLIA O FAMIGLIE: I PACS

Il problema del riconoscimento giuridico delle convivenze di fatto
a cura di Luciana Brentegani

pacsPacs: patto civile di solidarietà
"È molto complicato individuare i confini di questo tema, perché le soluzioni introdotte nei Paesi dove i pacs esistono sono le più disparate. Se parlando di matrimonio possiamo dare una definizione univoca, riguardo ai pacs non è così facile”.
Così il prof.  Francesco D’Agostino, presidente del Comitato nazionale di bioetica, ordinario di Filosofia del diritto all’università di Roma-Torvergata e Presidente dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani, ha introdotto un incontro in tema di riconoscimento giuridico delle convivenze di fatto, svoltosi a Verona il 20 maggio scorso.

 “Per sostenere la validità del riconoscimento giuridico delle convivenze, si sostiene che l’articolo 29 della Costituzione riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, e che lo stesso articolo non impedisce l’esistenza di più società naturali e quindi più modelli di famiglia e di matrimonio possibili. Anche l’articolo 2 riconosce tutte le altre formazioni sociali in cui l’uomo possa manifestare la propria identità e per le quali chiedere tutela giuridica. In realtà, questi sono solo tentativi di appigli costituzionali, ma siamo ancora in attesa di un argomento consistente a favore del riconoscimento legale del pacs”.

Chi non può e chi non vuole sposarsi

Il prof. D’Agostino ha motivato il proprio convincimento sulla superfluità del pacs, con un ragionamento assolutamente laico.
“Le coppie di fatto  - sostiene il professore - si dividono in due categorie: quelle che non possono e quelle che non vogliono sposarsi.
Nel primo caso, abbiamo due sotto-categorie. La prima è composta da coloro che non possono ancora sposarsi per impedimenti transitori di tipo legale in genere (la minore età, l’attesa di un divorzio da parte di uno dei due o di entrambi i soggetti): per queste coppie l’offerta dei pacs è senza senso perché la stessa difficoltà – destinata comunque a risolversi da sola – che preclude loro le nozze, precluderebbe loro anche il pacs.
La seconda sotto-categoria è composta invece da quelle coppie, solitamente giovani, che vorrebbero sposarsi, ma ritengono di non poterlo fare per ragioni economiche. L’autentico modo di aiutare queste coppie non è di proporre loro un “piccolo matrimonio” – secondo la definizione del Card. Ruini – che non risolverebbe alcuna delle difficoltà in questione, ma quello di attivare iniziative sociali a favore della famiglia.
In questa situazione la coppia, infatti, ha bisogno di un sostegno al lavoro, alla stabilità, all’acquisto di una casa. Serve cioè che la società risponda al dettato costituzionale di promozione della famiglia: offrire un pacs è, invece, una risposta ipocrita.
Il vero problema – prosegue il relatore – riguarda la seconda categoria, quella cioè di chi potrebbe sposarsi ma non vuole, perché vede nel matrimonio un vincolo che si oppone alla libertà individuale”.
Secondo il docente, ragionando in linea di stretto principio, non solo è opportuno, ma è doveroso che il diritto non si occupi di queste coppie: l’intenzione dei conviventi infatti è proprio quella – pur potendolo fare – di non legarsi giuridicamente e non si vede quindi perché la legge dovrebbe far loro la “violenza” di considerarle comunque legate, sia pure attraverso un labile pacs, contro la loro volontà.
“Alcuni osservano – prosegue il professore - che queste coppie escludono solo il matrimonio tradizionale, non altre forme di riconoscimento giuridico. Se chiedono l’istituzione del pacs è proprio perché vorrebbero usufruire di alcuni diritti  che non sono attualmente riconosciuti se non alle coppie sposate.
Ma la ragione per la quale tali diritti non sono loro riconosciuti è che esse non hanno intenzione di assumere quei doveri che sono parte essenziale dell’istituto matrimoniale”.

I diritti insieme ai doveri

Il giudizio del docente è chiaro: “Non si può non valutare se non come parassitaria e quindi indebita l’intenzione di coloro che pretendono un riconoscimento pubblico per ottenere diritti senza doveri. In questo modo si tenta di uscire dalla logica del diritto, che al contrario riconosce il valore dell’impegno e della responsabilità”.
Il relatore ha fatto riflettere, inoltre, sul fatto che molti di quei diritti al cui riconoscimento aspirano i partner di una unione di fatto, in realtà possono essere attivati tramite il diritto volontario (ad esempio con il testamento), senza alcuna necessità di introdurre nuovi istituti.
“La differenza rispetto al matrimonio sta semplicemente nel fatto che quei diritti che la legge riconosce automaticamente alla coppia che si sposa (assieme a un corrispondente numero di doveri), nel caso delle convivenze devono essere attivati dai conviventi stessi”.

La vera domanda

“In realtà – chiarisce il relatore – la richiesta di pacs è il gradino intermedio verso la reale domanda di accedere alla coniugalità, da parte di chi non ne ha mai avuto diritto, ovvero gli omosessuali. Il pacs allora, prima ancora che il riconoscimento di diritti economici e sociali vuole essere un riconoscimento simbolico del loro rapporto. Ma il diritto non esiste per offrire riconoscimenti simbolici, ma per dare risposte pubbliche a esigenze sociali.
Non stiamo discutendo del rispetto dovuto ad ogni persona, che non deve mai essere oggetto di discriminazione. Ma se, con un esempio un po’ grossolano, non posso riconoscere a un non vedente il diritto di prendere la patente, così non posso riconoscere alla coppia omosessuale il diritto ad un coniugio, che è l’istituto previsto come garanzia dell’ordine generazionale dell’umanità".
Una garanzia che non può essere estesa al rapporto omosessuale per la sua costitutiva sterilità.

"Se fossi un sociologo, direi che siamo di fronte ad un evento "catastrofale": per 2500 anni in Occidente si è sempre pensato alla famiglia con un unico modello. Si riconoscono anche varianti significative, dalla famiglia poligamica coranica alla monogamica ebraico-cristiana: però anche in un’unione poligamica non c’é difficoltà nell’identificare i ruoli di marito e moglie. Oggi non c’è nemmeno il lessico che ci aiuti: "pacsista" è un termine orribile e non ci aiuta davanti alla varietà di modelli. In Spagna si è proposto di eliminare a livello giuridico il termine madre e padre, dato che gli omosessuali possono adottare. Ed ora gli spagnoli parlano di genitore 1 e genitore 2".

La famiglia chiede di essere difesa e per difenderla – argomenta il prof. D’Agostino - non c’è bisogno di argomenti teologici o religiosi, bastano comuni argomenti umani, perché ciò che la famiglia tutela e promuove è innanzi tutto il bene umano.

 
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