Di don Andrea Brugnoli

Me ne sono accorto tramite l’importanza che i networks internazionali hanno dato alla nostra chiesa gonfiabile. Ho scoperto che il Times, i blog americani e le testate australiane facevano di tutta l’erba un fascio. Così le nostre missioni di spiaggia sono finite in mezzo a “suore che spostano il convento in spiaggia”, a “rosari per i bagnanti”, a preti passionisti che parlano su Youtube. In realtà hanno sintetizzato diverse notizie e la chiesa gonfiabile è diventato il ricettacolo di tutta una serie di iniziative più o meno discutibili.
Che in questi ultimi anni ci sia stato un vero e proprio boom delle iniziative di evangelizzazione di strada è un fatto e questo non per merito di nessuna associazione particolare. Lo Spirito Santo ha parlato tramite il papa Giovanni Paolo II e numerose conferenze episcopali e molti hanno preso quest’appello alla nuova evangelizzazione lanciandosi in nuove imprese.
Qui in Italia il progetto delle sentinelle ha avuto la sua parte di responsabilità in questo sviluppo. Prima della nostra missione a Riccione nel 2002 il concetto di “missione di spiaggia” praticamente non esisteva; c’erano solo alcuni generosi tentativi rivolti perlopiù al sociale o all’animazione di gruppo. Quindi, non posso che gioire che ora le missioni di spiaggia si moltiplichino dappertutto e ovunque sento che imitano il nostro stile. Quest’estate noi ne abbiamo organizzate 4 e non siamo i soli, grazie a Dio!
C’è, però, missione e missione. Il progetto Sentinelle ha fatto un salto, durante quest’anno 2008. Siamo passati dall’euforia di scendere in strada semplicemente, senza troppa preparazione, al costruire un progetto più articolato per le diocesi e i giovani coinvolti. Da questo punto di vista credo che questa sia la vera novità e l’unicità del nostro progetto. Il “dopo” della missione non è il contatto o l’ingresso in una realtà religiosa o carismatica, ma l’attivazione di un processo che in diocesi continua, rendendo protagonisti e unici continuatori i giovani stessi della diocesi. La novità è che dopo le nostre missioni, rimane un gruppo di giovani locali che continuano ad evangelizzare in perfetta autonomia (non hanno bisogno di andare a fare ritiri altrove) e perfettamente integrati nella pastorale locale. Evangelizzare non è solo fare “Una luce nella notte”, anche se gioiamo che molti in Italia ora comincino ad aprire le chiese di notte.
Ne esce che la pastorale di strada non è semplicemente il scendere in strada per fare dei canti o per invitare le persone all’incontro con Gesù, occasionalmente preparato in una chiesa aperta. Non è solo andare verso il disagio. Non è solo fare qualcosa di detto o di gridato in piazza. Non tutto, credo, evangelizza. Talvolta, certe cose mal fatte o con una vecchia mentalità, creano più danno che altro, lasciando - ovviamente - sempre a Dio la Sua potente Grazia di salvare anche con le magre figure e senza voler giudicare nessuno di chi generosamente si mette in gioco.
Per questo c’è il progetto Sentinelle. Credo che pochi si siano accorti della sostanziale differenza di quello che facciamo. Come “sentinelle” siamo semplicemente un risveglio per la pastorale ordinaria, offrendo uno stile nell’evangelizzare (evidentemente appezzato, anche dal mondo che è esigente nei suoi standard) e aprendo una finestra ai nostri percorsi ordinari. Un percorso che continua. Potremmo dire: la missione va ben pensata nel suo “dopo”.
Rimane dunque un invito e un appello: perché la pastorale giovanile nazionale non si fa carico di mettere un po’ di ordine in questo arcipelago, magari aprendo un tavolo di confronto? Un conto sono le nuove comunità religiose di evangelizzazione, un conto le scuole di evangelizzazione, un conto le diocesi che organizzano qualche attività di evangelizzazione una tantum, un conto un progetto come quello delle Sentinelle del mattino. Ormai la pastorale di strada è una realtà: non si può più non tenerne conto. E non si può più accettare a cuor leggero che chiunque faccia qualunque cosa per evangelizzare. Lo dico, perché molto spesso mi ritrovo ad affrontare il muro di una forte precomprensione a causa di esperienze negative vissute in certi contesti, ad opera di improvvisatori o di stili non propriamente rispettosi dei cammini diocesani. E questo non giova certamente alla causa della proclamazione del Regno, anche se “purché Cristo venga annunciato”, non possiamo che gioire di questa primavera. Insieme, però, non sarebbe assai meglio?
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